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progetti, iniziative, socializzazioni, comunicazioni

“Mi sono spesso domandata quale fosse la ragione e il senso di queste mie rabbie. Credo che esse si spieghino in parte con una profonda vitalità, e con un estremismo cui non ho mai rinunciato del tutto. Spingendo le mie repulsioni fino al vomito, e i miei desideri fino all’ossessione, un abisso separava le cose che mi piacevano da quelle che non mi piacevano.”

S. De Beauvoir

E’ ormai opinione comune che esistere negli anni ‘00 possa coincidere impunemente con una schizofrenia comportamentale. Nella società dello spettacolo, un mio coetaneo, se adeguatamente sollecitato, è in grado di passare dal tragico al comico all’anaffettivo, e viceversa, senza particolari traumi. E può contemporaneamente apprezzare il fumetto underground, commuoversi davanti alla defilippi, dare esami di psicologia della pubblicità e far convivere amy whinehouse e pj harvey in un’unica playlist. Le grandi storie d’amore, di morte, di musica, di stenti, d’impegno e di passione vengono affidate al caso, non più alla memoria - che probabilmente sparirà tra breve insieme alle sue svariate funzioni - e tutto ciò che non è mainstream, che non è marketing, può agilmente diventarlo con qualche semplice ritocco. L’inquinamento e il mito tacito del compromesso ci hanno rovinato le corde vocali e tutti sono sempre occupati a far finta di preservare il proprio ego dall’assedio della produttività. Tant’è che i lastminute non bastano mai e il lunedì mattina gli aerei catapultano negli uffici dei mostri d’isteria, neanche più capaci a fingere per via dei fusi orari. Gli uomini impugnano clavi firmate D&G e si reinventano oppressori coi crocifissi luccicanti sul petto nudo e le donne vittime del potere ritirano fuori dai cassetti dei Credo scaduti, ma per riuscire a sorridere devono ricorrere al botox. E tutto ciò, devo dire, non sarebbe così agghiacciante (saprei comunque tenermene lontana!) se alla mia capufficio, tremenda fascista di quelle vere e dichiarate, non piacesse Tricarico e se una giustizia superiore potesse risparmiarmi l’audio mentre guarda i suoi video su youtube durante la mia magra pausa pranzo. Perché tu puoi ascoltare lui, mi domando. Dico, se ne potrebbe parlare se si trattasse solo di un collage poco stimolante. Tutto ciò è solo uno schifoso schifo abulico e soprattutto non c’è mai nessuno con cui fare a gara di sputi.

Le rockstar non soffrono più. E quelli che soffrono sul serio non hanno più il tempo, né possono più permettersi di entrare in salaprove.

L’ispirazione è il ghigno sadico di chissà quale uomo nero che ti tiene in piedi a notte fonda, che ti slega addosso sirene e s’aggancia alla maglia larga larga delle sicurezze conformiste che hai dovuto conquistare. Un lavoro considerato buono per abitudine al peggio, l’essenzialità di un nido che mai t’appartiene, tutto sotto assedio, le peggiori intenzioni godono nei bozzoli di cattive abitudini che riassorbi sempre con facilità inquietante, d’altronde il latte è sempre sul punto di scadere, i vestiti appena lavati sanno di pasti frugali, di fumo squagliato pregando che non ti prenda male e mai di buono. L’ispirazione è una visione e di romantico ha ben poco. Si tratta di gesti e parole annegati nel flusso, per i quali non esistono sacchetti differenziati, e quando sfuggono al controllo spietato del caos, sono destinati ad un sacrificio puntuale in nome di nostra signora Incomunicabilità.
Oggi io sono una didascalia malconcia: per adattarmi al meglio ad un’idea di produttività e operosità sono riassunta in una tormentata e quotidiana routine, sono ormai solo il led di amori scomposti che per eccessiva disciplina non s’accendono più. Addosso ho un marchio caustico che porto per farmi giudicare omologata quando serve, lavatemi la memoria di peccati decisamente non originali e avrete in cambio la tolleranza del vostro freddo di nevi naturali e artificiali, nessuna cagna fatta di rimorso ringhierà più ai piedi del letto: ve lo chiedo perché non ci riuscirete. L’emicrania mi dà ancora scuse per aggirare la precarietà frastagliata di mille inconciliabili impegni, di mille inaffrontabili scadenze ed è il secondo giorno che diserto la militare scrivania d’ufficio. In questo tremito lacunoso ci sguazzo, perché è da anni che ho aspettative parziali o fin troppo totali per vedere la luce, che di progetti scritti per necessità e mai attuati non vivo più, che aspiro ad un anno sabbatico mai concesso, da queste parti ci si aggrappa alla gonnella delle giornate per ottenere altro, si gioca al gioco della flessibilità, oggi tiro io la corda, domani tocca a voi. Tutti sanno che la gara è truccata, ma io mi ritrovo sempre a non avere nulla da perdere, strappando al sistema strane vittorie. E alla fine mi accorgo di avere alibi affascinanti e articolati, giustificazioni che sanno di riscatto, che qualche volta mi fanno sentire piacevolmente diversa di fronte all’inerzia dei miei simili e che mi regalano un senso di libertà per cui immagino non esistano mastercard: “quelli che parlano di rivoluzione senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c’è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni, si riempiono la bocca di un cadavere” (Vanegeim).

Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: “Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla”. Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.

fonte: Repubblica.it

Roberto Saviano sull’emergenza rifiuti in Campania 

 

Tempo fa lessi un’intervista a Luigi Lo Cascio in cui gli si chiedeva come avesse fatto a ricostruire il personaggio di Peppino Impastato ne I Cento Passi. Ebbene, Lo Cascio raccontava che era andato a Cinisi, che aveva parlato con la madre, col fratello, che era andato a cercare gli amici, i quali lo riempirono di aneddoti e consigli, “Peppino camminava accusì, guadda…si mangiava le unghie”, e nella sua stanza si era emozionato nel riconoscere gli stessi suoi libri. Infine chiese a tutti cosa ascoltava Peppino, qual era la sua musica preferita? Gli risposero senza esitare Luigi Tenco. E l’intervista continuava con questo collegamento che mi è rimasto impresso: Lo Cascio affermava di riconoscere qualcosa di somigliante tra il destino di Tenco e quello di Impastato, ovvero quella strana necessità di guidare la propria vita fino all’estremo, dove non c’è spazio per una scelta ruffiana o di comodo: tutto è vissuto come se quello che si sta facendo sia la cosa più importante in quel momento, l’unica cosa che può dare coraggio per giungere al significato e alla bellezza. Lo Cascio lo chiamava “maledettismo”, ma non di posa, un maledettismo di necessità.

Forse è una predisposizione, non si può sfuggire, non si può essere altro da questo. E se un po’ subisco il fascino di figure così estreme, passionali e radicali, è perché ciò che anche io provo somiglia, almeno per un millesimo, a ciò che hanno provato loro. Spesso mi dànno per non essere capace di accettare la routine, le costrizioni, gli ordini dall’alto, per non saper subìre un abuso senza soffrire, o anche, fuori da condizioni di subordinazione come quella lavorativa, per non essere in grado di rispettare i tempi e i modi delle persone, degli eventi, le formalità, per non saper dire le cose quando conviene, piuttosto quando arrivano alla gola o quando ti riempiono il cuore fino a straripare.

Da qualche anno ho realizzato che tali comportamenti si inscrivono in una sorta di microsovversione quotidiana e che probabilmente è l’unica e ultima forma di resistenza che mi rimane. Non si tratta di una canonica rivendicazione di spazio e tempo: io oggi non mi riconosco in nessuno che manifesti apertamente la propria condizione di precarietà, perché le conseguenze più gravi della precarietà le subisce chi non ha la possibilità materiale di manifestarle, chi non può scendere in piazza di venerdì mattina. Nell’era dei co.co.pro. i tuoi simili li riconosci perché vivono compressi, autolimitàti, autocensuràti, perché non possono (o non sanno più?) reagire con le piazze, ma con le nausee, i conati e le febbri estemporanee, coi disturbi psicosomatici. Il mio antidoto è una voglia prepotente di socialità, l’ostinazione che mi porta a chiedere qualcosa ad ogni giornata e a combattere la stanchezza del corpo con la curiosità della mente. Quando sono abbastanza forte da far funzionare le cose in questo modo, riesco ad essere orgogliosa di me. Altrimenti è l’inferno.

Ho seguito la storia di questo film a partire dal bellissimo libro di Mitch Cullin fino alla tormentata uscita nelle sale di oggi, passando per l’anteprima mondiale all’Umbria Film Festival e per le mirabolanti e sempre anti-hollowoodiane imprese di Gilliam.

Spero adesso di avere il tempo di andarlo a vedere, Tideland - il mondo capovolto.

2) Il Collaboratore svolgerà l’attività in autonomia, senza vincoli di orario né di altra natura, fatta eccezione per le clausole espressamente concordate. [vedi punti 3) e 4)]

3) Le parti contraenti prendono atto che il raggiungimento degli obiettivi di progetto stabiliti richiede il coordinamento della prestazione con l’attività del Committente e rende perciò necessaria la definizione di una disponibilità/presenza del collaboratore presso la sede del Committente di Via XXXXXXXX. Sarà quindi cura del Collaboratore predisporre un’indicazione di presenza giornaliera/settimanale, all’interno della più ampia disponibilità di apertura delle strutture del Committente.

4) Per tutta la durata del contratto [tre mesi] il Collaboratore farà riferimento ai responsabili del Committente che gli verranno indicati, senza che ciò significhi instaurazione di potere gerarchico e disciplinare [...]

5) L’incarico ha decorrenza dal giorno xxx al giorno xxx, periodo per il quale è prevista la consegna del progetto oggetto del presente contratto. E’ esclusa ogni proroga tacita.*

[...]

15) In conformità a quanto disposto dall’art. 66 del D.Lgs. 276/03 in caso di malattia, infortunio e maternità del Collaboratore, il contratto rimarrà sospeso senza erogazione e maturazione di corrispettivo per i periodi ivi indicati.

[*= grassetto originale]