Tempo fa lessi un’intervista a Luigi Lo Cascio in cui gli si chiedeva come avesse fatto a ricostruire il personaggio di Peppino Impastato ne I Cento Passi. Ebbene, Lo Cascio raccontava che era andato a Cinisi, che aveva parlato con la madre, col fratello, che era andato a cercare gli amici, i quali lo riempirono di aneddoti e consigli, “Peppino camminava accusì, guadda…si mangiava le unghie”, e nella sua stanza si era emozionato nel riconoscere gli stessi suoi libri. Infine chiese a tutti cosa ascoltava Peppino, qual era la sua musica preferita? Gli risposero senza esitare Luigi Tenco. E l’intervista continuava con questo collegamento che mi è rimasto impresso: Lo Cascio affermava di riconoscere qualcosa di somigliante tra il destino di Tenco e quello di Impastato, ovvero quella strana necessità di guidare la propria vita fino all’estremo, dove non c’è spazio per una scelta ruffiana o di comodo: tutto è vissuto come se quello che si sta facendo sia la cosa più importante in quel momento, l’unica cosa che può dare coraggio per giungere al significato e alla bellezza. Lo Cascio lo chiamava “maledettismo”, ma non di posa, un maledettismo di necessità.
Forse è una predisposizione, non si può sfuggire, non si può essere altro da questo. E se un po’ subisco il fascino di figure così estreme, passionali e radicali, è perché ciò che anche io provo somiglia, almeno per un millesimo, a ciò che hanno provato loro. Spesso mi dànno per non essere capace di accettare la routine, le costrizioni, gli ordini dall’alto, per non saper subìre un abuso senza soffrire, o anche, fuori da condizioni di subordinazione come quella lavorativa, per non essere in grado di rispettare i tempi e i modi delle persone, degli eventi, le formalità, per non saper dire le cose quando conviene, piuttosto quando arrivano alla gola o quando ti riempiono il cuore fino a straripare.
Da qualche anno ho realizzato che tali comportamenti si inscrivono in una sorta di microsovversione quotidiana e che probabilmente è l’unica e ultima forma di resistenza che mi rimane. Non si tratta di una canonica rivendicazione di spazio e tempo: io oggi non mi riconosco in nessuno che manifesti apertamente la propria condizione di precarietà, perché le conseguenze più gravi della precarietà le subisce chi non ha la possibilità materiale di manifestarle, chi non può scendere in piazza di venerdì mattina. Nell’era dei co.co.pro. i tuoi simili li riconosci perché vivono compressi, autolimitàti, autocensuràti, perché non possono (o non sanno più?) reagire con le piazze, ma con le nausee, i conati e le febbri estemporanee, coi disturbi psicosomatici. Il mio antidoto è una voglia prepotente di socialità, l’ostinazione che mi porta a chiedere qualcosa ad ogni giornata e a combattere la stanchezza del corpo con la curiosità della mente. Quando sono abbastanza forte da far funzionare le cose in questo modo, riesco ad essere orgogliosa di me. Altrimenti è l’inferno.