Archivi Categorie: luna piena

visibilità, pienezza, soddisfazioni

Istruzioni per risorgere.

“facevi risorgere i binari morti e ricucivi i polsi a tutti facevi risorgere i binari morti per portarci al discount a fare acquisti mi ripetevi che gli sbagli sono stati nell’asfaltare i prati e non i preti guardando i muratori che camminano sui tetti fare ancora i nostri imbarazzanti progetti coi pianeti che ci precipitano in cucina e ci disfano i letti matrimoniali in cui dormiamo da soli come i cani investiti

la lotta armata al bar la lotta armata al bar gli addetti alla fabbricazione del buonumore sono in cassa integrazione le tue tanto attese mestruazioni e le rivoluzioni e gli interessamenti per le persone più fatiscenti che incontri mentre crollavano i poster e tu davi da bere a tutti i cani di piazza verdi con i tuoi pianti gli esaurimenti le telefonate inconcludenti

cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero”

>> la lotta armata al bar - Le luci della centrale elettrica

ieri uniti nella lotta

oggi riuniti nel loft

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo
Come vuole la carne separarsi dall’anima
Così adesso io voglio essere scordata

(Anna Achmatova, “A Molti”, 1922)

Dopolavoro. A. ed io, esauste. Un piccolo cinema in apnea, in mezzo al frastuono circostante, in mezzo al frastuono di Campo de’ Fiori. Scelta iniziale Breakfast on Pluto, ma nessuno si era curato di segnalare sui motori online che era fuori programma da almeno due giorni. Allora un film a caso, giochiamo a scegliere quello più anonimo! Il ragazzo al botteghino ci fa un ridotto per via del disguido, ha una voce tenue, parliamo del libro di McCabe, ancora solo in wishlist. Le voci fanno eco. Ci sentiamo intimi, come gli ultimi esemplari di una razza in estinzione. Mancano cinque minuti. Qualche metro più in là della soglia del cinema, già inghiottite dalla turistaglia molesta, ci domandiamo come possa esistere quel cinema, di cosa sopravviva. Le chiacchiere si aggiungono al tempo della sigaretta. Rientriamo e imbocchiamo l’ingresso della sala. Succede adesso. Devo dissimulare l’amarezza del sorriso, e pure la commozione, quando un signore anziano ci rimprovera: “vi stavamo aspettando!”, io faccio finta di dispiacermi. Siamo le ultime arrivate di cinque spettatori. Non c’era pubblicità.

Come l’ombra - regia di Marina Spada

Un film girato con due lire. Un film anonimo, che parla di anonimato. E anche di solitudini, di urbanità disarmante, di umanità frustrata.

Poco fa alla radio sentivo quella canzone che fa “la morte la conosco e se non mi ha battuto ancora è perché io, da una vita, vivo solo per un’ora d’ariaaaa….”, e, non so perché, mi è venuto da pensare ai miei venticinque anni, a quello che regalano e a quello che rubano ogni giorno. Regalano un po’ di forza e rubano un po’ di incanto, lo so, lo riconosco. E mi sono domandata se conviene, se è convenuto crescere così, chiusa nella gabbia stretta dell’emergenza, senza spalle coperte, senza nessuno a garantire per te, assediata da malamore e malavita, così difficile amarsi, così scontato finire a farsi del male. Ma i pensieri si son fermati a un punto, esattamente dove si concentra tutta la forza, perché ho concluso che non è questione di rassegnazione, piuttosto, io non voglio sentirmi vittima del caso. E’ la mia storia, ma non posso permettermi di cedere alle sue moine, la mia storia mi vorrebbe arresa, vorrebbe che la nostalgia di casa, di famiglia, di padre, di madre, si risvegliasse per tornare a riscuotere gli arretrati.

Allora ho pensato molto al tempo, al privilegio/condanna di averne. Anch’io ho “coltivato i miei dolcissimi progetti campati in aria”, ma campa campa, vola vola, qualcuno di questi progetti ha preso vita, e altri ne nascono sotto gli occhi. E’ tutto così diverso dai giorni trascorsi a letto: leggere, mangiare, dormire, basta, sempre in rigorosa posizione orizzontale*, non sapevo fare altrimenti e credevo di aver conquistato il controllo totale delle ore, avevo tutto il tempo perché non ne facevo nulla, era tempo sfuso, grezzo, tempo a chili, a palate, a secchiate, che chi mi vedeva così, pure se avevo le occhiaie fino alle ginocchia, me lo invidiava tutto il tempo che avevo, gli veniva da dire “ce l’avessi io tutto questo tempo” e io non lo auguravo mica a qualcuno di stare così. Era quando potevo cedere alle moine, sì, potevo cedere e non è successo nemmeno allora. Voglio dire, posso farcela ancora. E ancora, ancora, ancora.

Ah, la canzone era Aria di Daniele Silvestri. Lontanissimo 1999.

[edit: *Grazie ;)! è perché intanto pensavo...I am vertical, but I would rather be horizontal. ]

Il 19 agosto 1962 la BBC trasmette un poemetto radiofonico che s’intitola Tre donne. L’autrice, qualche mese dopo, infilerà la testa in un forno a gas. La compagnia Zéro de conduite ha deciso di trarne una rappresentazione teatrale. Io vi ho assistito questa sera. Inutile sottolineare che è stata una notte di luna piena e che certe manifestazioni cicliche prettamente femminili si sono magicamente sincronizzate sull’evento.

Ulteriore manifestazione dell’ossessione plathiana, con la quale, tra un paio d’anni, potrei festeggiare nozze di stagno, è questo libro ricevuto in dono in occasione delle festività natalizie. Il titolo è un verso di una poesia della Stella che sempre si ispirò alla Luna. La donna che me lo ha donato porta un nome ingombrante, per questo non lo farò, ma il suo regalo è un gesto che ricorderò sempre: è frutto di una piccola attenzione e mi emoziona molto. Parlo di Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria di Rosetta Loy. E per rispondere a lui, cito, da pagina 123:

Adesso, in questo stravolgimento epocale, voleva sapere se era ancora lo stesso ragazzino ostinato e fragile che si era calato nella lettura dei Tre Moschettieri come uno speleologo alla ricerca della faccia nascosta della terra, attento a ogni fessura che avesse potuto incrinare il guscio in cui era chiuso. Così l’ultimo giorno di licenza aveva salito a due a due i gradini di marmo immersi in un luminoso torpore e aveva trovato Ludovico in solitaria compagnia di Esther. Subito lo aveva portato fuori. Per le strade della città liberata da soli tre mesi, caotica e stracciona, scatenata dal desiderio di recuperare il tempo perduto, di avere “purché si avesse”, avevano camminato e chiacchierato ricordando l’estate di Venezia.

Infine, nel consigliare a lei lo stesso libro, cito:

Io sono lì che ascolto mentre Ludovico ripete ossessivamente e monotono le stesse note e vorrei dirgli smettila, cambia musica, non si può tornare sempre sulla stessa domanda, abbiamo sofferto abbastanza, adesso basta, io sono giovane, voglio il futuro, tutto il futuro, quello che mi spetta e quello che avrebbe potuto essere il loro.

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La luna piena mi rende più irritante oppure rende irritante tutto ciò che mi sta intorno, non so. E’ uscito questo dvd dei Nirvana, il dvd che tutti hanno aspettato per tanto tempo, ma che poi non hanno aspettato più, almeno io non ne ho voluto più sapere. E adesso la promozione e gli spezzoni su Mtv e Courtney Love coi suoi diari…mi prende male, mi prende male.

Ho tutti i sintomi dell’overdose storica, quella teorizzata da Coupland: sembra accadere troppo, senza che nulla accada davvero.

Per riesumare gli anni sessanta hanno aspettato trent’anni, ma la storia e gli individui a quanto pare preferiscono abbandonare la ciclicità per adottare ben più moderne dinamiche. L’esponenzialità, ad esempio, che autorizza Iodonna del Corriere a parlare di NeoGrunge dopo appena 10 anni dagli ultimi rantoli di Grunge. (Gli indici di crescita del prodotto interno lordo cinese, a quanto pare, sono stati culturalmente influenti.)

Passo sopra a tutto questo per necessità mentale e anche perché la stessa necessità mentale mi evita di dover affrontare un passaggio successivo, ovvero il senso di impotenza. Altrimenti avrei percepito diversamente il fatto che non si parlava di NeoGrunge per etichettare un movimento musicale, ma dei capi di abbigliamento: parliamo di un redazionale di moda, signori, un redazionale di moda sul NeoGrunge…mentre il cadavere di Kurt Cobain è ancora caldo.

[la connessione precaria mi impedisce di curare la stesura, l'ipertestualità e le emozioni: scrivo di getto e me ne vergogno, ma i commenti sono aperti a chiunque abbia provato la stessa irritazione grezza, sporca, grunge.]

Se ciò che ci distingue dalle bestie

è una parola per ferire gli altri

non mi dispiace affatto essere muto come un pesce

Animalia - Perturbazione

Luglio è il mese del cancro. Io sono cancro, anzi cancrissimo. Adesso non è che io sia una fondamentalista astrologa o che mi attacchi all’oroscopo di oggi_gente_anna (vabbè, Rob Brezsny è diverso) per capire come sarà ogni inizio_settimana, ma sono sensibile e volubile da far schifo, nella migliore tradizione dei figli della luna. E non so come funzioni per il sagittario, il toro, il leone, se nei loro periodi si sentano dedicare la gravitazione dai rispettivi astri-guida, fatto sta che io, di questi tempi, la luna me la sento addosso, la vedo ovunque. Mi attrae, mi cerca, poi mi trova e si diverte a farmi impazzire.

E la luna, questo mese, arriva a riempirsi tutta proprio tra l’undici e il dodici, in onore dei miei primi venticinque anni. Potrei già cominciare a pensare ad un biografo, volendo. Di sicuro dovrà essere un astrologo, di quelli capaci di neutralizzare con sapiente fairplay da oroscopo-logica certi terribili difetti, di quelli che trasformano i taccagni più aracnici in giudiziosi risparmiatori, per intenderci. Uno di quelli che scrivono profili del genere, ad esempio, dove passa che la sensibilità estrema del cancro è una gran bella cosa e che è davvero possibile imparare l’arte di esprimersi in presenza di tanta gente, ahah! molto divertente. Carine anche le emblematiche raccomandazioni per i cancerosi: evitate le preoccupazioni, l’umore nero, le depressioni e, soprattutto, la paura e i complessi derivanti dalla cattiva salute!

Quest’anno mi ritrovo delusa, per certe cose sconvolta: temo che le mie mille strade da percorrere si stiano tramutando in una sola via di fuga, temo di non avere più ali per seguire le mille rotte possibili. Ho il terrore di stare trascurando l’immaginazione, io che provo disgusto per le fantasie a senso unico. E non ho mai sperato tanto di essere in errore.

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Sdrammatizzazioni

1) Voi sapete già cosa succede a zoommare al massimo le immagini da Google-Moon, vero?!

2) Beh, sapevatelo!