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introspezioni, invisibilità, passaggi, rinnovamenti

Siete carini insieme

(E’ perché vi piacerebbe vedere una bestia come me in cattività)

Tu che vuoi fare l’indipendente, bla bla bla

(Qual è il problema con la mia indipendenza?)

Ti ci vorrebbe la testa spaccata

(Quanto vi piace giocare con le mie ferite)

Rob Sheridan

il quartiere san giovanni dopo la pioggia, le foto che non faccio, mia madre al telefono sempre più stanca, white chalk di p.j. harvey, il suono familiare della tv di notte, un vago senso di distruzione, un vago senso di costruzione, l’ennesimo trasloco (tutti i libri lontani da me, il rumore che fa lo scotch, la polvere sulle cose, i poster da staccare piano, i ricordi in fondo ai cassetti, le creme per il corpo scadute, mai usate, i campioncini dell’erborista da provare anche se non c’è tempo, tutti i luoghi da salutare, il fantastico Rob Breszny di questa settimana [cancro, of course]), i casting nelle case di studenti, i “max serietà e i “solo ragazze referenziate”, il disprezzo (invidia?) per il fuorisede mantenuto, il fastidio di subire un casting, il non sapere ancora dove andare a vivere per il fastidio di subire un casting, gli affitti inaffrontabili e quelli arretrati, mangiare di notte con l’amica che ti ospita, l’alcool, l’ansia per il nuovo lavoro, sensazioni di inappartenenza, inadeguatezza, le persone di cui non riesco a non aver cura ma che a volte non_ce_la_faccio e mi danno, il magone alla fermata del tram, la rabbia di non riuscire a farmi/ti felice, a sedare un’inquietudine oscura, e poi continuano i petrol…

[ascolta>>track n. 6]

[...] devo all’abitudine lasciare le mie carte
ai giorni sempre uguali
non chiudere le porte
devo leggerti nel vuoto
che ci siamo aperti dentro
devo spegnere i tuoi occhi
che hanno pianto così tanto

[...] devo ridere e star bene,
tra la gente che non vede

devo rimanere in piedi,
devo amarmi più di ieri
devo fare mille cose senza più trovare scuse
devo darmi una ragione
devo vivere felice
devo accendere una luce
e poi riprendere il mio spazio
devo ancora un po’ capire
devo scegliere di meglio
devo stare ad ascoltare
devo correre lontano

devo sciogliere quei fili
devo mettermi al sicuro
devo aprire le mie mani
devo andare via domani [...]

Devo andare via domani | Petrol

30 settembre 2007, scade un tempo.

Nella tua tenaglia tutto era in ordine: io attendevo il messaggio perfetto che non era
ma che poteva essere se tu tenevi ancora per l’aldilà. Ma
le tue grinfe da marinaio soldato in vacanza che troppo
serve o soffre o vince o perde non potevano soffrire la
rivincita da parte di chi non era nella tua linea di condotta.
Avveniva il meglio: il peggio era uguale.

Amelia Rosselli
da Variazioni

E non c’è altro da dire, non c’è altro che so dire. In queste notti nitidissime t’avrei vendute le mie viscere, lo immagini? avrei saputo vendermi per intera, o anche farmi a pezzi e giocherellare con quella cosa che chiamano identità. Non mi voglio bene, mi scuotono le offerte del mattino, posso cedere a chiunque mi sappia amare nell’alba, ed è un pensiero con cui non riesco a vivere o sei tu che non riesci a viverci o è il pensiero che non riesce a vivere. E intanto tutto questo, contro l’indecisione perenne, contro le giornate a impatto zero, vince sempre. La regolarità mi tocca e bolle su di me come acqua santa, non so spiegare le ustioni che mi fa. Non lo racconto che non ho orari, non lo racconto che mi nutro di colpa, non racconto gli svenimenti e i tribunali in testa, ma c’è qualcuno che lo scopre e quando succede è tutto uno sgranare gli occhi e sperare che torni in sé questo elefante che non impara ad invecchiare. Scherzavamo, stavamo scherzando, non vogliamo più sapere. Chi sono i fantasmi che mi passano davanti? mi sono ritrovata stanca in questo groviglio di wannabe, cosa posso fare? ci sono stati quelli che già erano Tutto dopo poco, o che erano Qualcosa di sicuro, quelli che ho sempre invidiato perché negli occhi gli leggevi direzioni. Io sono un esperimento quotidiano, posso essere ciò che gli altri vogliono, ma non so fare nulla, so fare Tutto per un po’. Sono un precipitato, un’alchimia malefica che mi fa tremare e che sa mutare con ogni elemento nuovo, sono la felicità a progetto. E i miei pensieri, miei figli disperati, vi so accogliere soltanto col fegato in frantumi, mentre vi stendete sul ventre ignorando i rantoli, ignorando l’atavico segreto, l’inespugnabile desiderio, quello di diventare figlia anch’io. Li ho ascoltati i rumori lontani dei binari e le sterzate delle automobili che mi hanno cercata, ho ascoltato, ma senza risultati, oggi stringo pugnetti di sabbia, pugnette d’amore da iniettarsi al primo mancamento. Mi sono cercata anche gli uragani perché non avevo mai visto così aridi deserti: che spavento! chilometri di vuoto, troppo vuoto troppo per mani che sanno sradicar radici di tronchi centenari.

Chi li conosce questi settembre? i settembre_punto_e_daccapo, i settembre col tasto reset, trenta giorni per decidere quando lasciarsi andare o se inventarsi ancora una volta. I giorni che sono ascessi, piaghe da curare, un po’ da un lato, un po’ dall’altro lato del letto, per non abituarsi alla conca. Mi sono mancate le abitudini, il comodino e i libri, le sigarette nel posacenere fumate a metà per la tosse, le carte sulle carte, ma non ho raccontato nulla, sono diventata muta e insopportabile come il giudizio degli astanti. E santoddio scapperei ancora in una di queste ore in cui il pensiero più serio è “voglio presentarmi ubriaca all’ultimo giorno dell’ultimo lavoro”.
Negli spasmi che stanno tra questa pagina latente e tutte le parole che non posso scrivere penso solo alle cose che non devono più essere:

- restare immobile mentre tutti intorno partono, tornano e ripartono, invece partire sempre
- niente più imballaggi, né decorazioni, ché la vita la voglio così com’è
- non avere soldi per le sigarette
- mai più pensarmi debole, solo perché ho un cuore da pirata

Vi salutano il mio occhio guercio, la mia peroni in lattina, le ultime due camel light, i fogli ricopiati di versi altrui e tutti i “non dovrei, non dovrei tornare qui a scrivere di me”. C’è tanto altro, ma non adesso. Adesso c’è il buio e la solitudine glaciale delle ore tre.

 

…perciò venticinque giorni a cartelle piene, cinquecento cartelle mensili complessive, che a quattrocento lire l’una danno duecentomila lire mensili. Sessanta vanno a Mara, trenta al padrone di casa, dieci fra luce, gas e telefono, venti di rate fra mobili vestiti e libri, quindici fra sigarette, caffè, giornali e qualche cinema, cinque fra pane e latte, e ti restano sessantamila mensili per il companatico e gli imprevisti…
La vita agra - Luciano Bianciardi [un punklavoratore]

Ventiseiesimo anno, da oggi. Ci provo. Mi sembra già tanto.

«Forse una famiglia è proprio questo, un gruppo di persone
che hanno nostalgia di un posto immaginario»

dal film La mia vita a Garden State

 

Ieri pomeriggio la gattina di mia sorella è morta. Un incidente. Era talmente piccola, non ce l’ha fatta. Adesso ho paura che mia sorella passi di qui e legga queste cose, perché non lo sa come è andata. Non l’ha vista contorcersi sul balconcino di casa, non ha sentito mia madre dire - hanno sette vite, adesso si riprende -, e nemmeno me rispondere, con una voce di ghiaccio – no, sta morendo - e non mi ha vista avvolgerla in un telo e portarla lontano da dove lei potesse vedere. L’esile palla di pelo ha agonizzato per almeno un minuto, le zampette erano ami che cercavano di agganciare qualcosa di vivo e l’istinto animale era tutto in quegli occhi che mi cercavano, io non sapevo cosa fare. Odio non sapere cosa fare. Quando ho sentito aprirsi la porta di casa e le prime domande terrorizzate di C., la gattina stava spendendo i suoi ultimi secondi rassegnata, solo qualche altro respiro rauco e l’avrebbe lasciata ad una serata di urla e di pianti sfrenati.

A volte ho dei presagi macabri, non dovrei dirlo, ma è così. Mi capita di prendere un treno e tornare a casa dai miei perché convinta, da un incubo o da un qualsiasi brutto pensiero affiorato alla coscienza, di un qualche lutto imminente, di un possibile incidente. Spesso chiamo le mie sorelle soltanto perché le ho sognate in difficoltà. Forse è che non voglio trovarmi impreparata davanti alla loro sofferenza, voglio anticiparla, voglio saperne di più per potergliela servire a piccole dosi, e diluita.

Dieci anni fa avevamo un giardino ed una casa grande che abbiamo dovuto lasciare. Potevamo tenere degli animali e molti ce li hanno abbandonati di notte in quella casa, lanciandoli dalla nostra parte del cancello. C. ha sempre avuto una fissa per gli animali tutti. I cuccioli se li portava in giro nella tasca della salopette, era una bambina nervosa, gridava sempre, ma con quegli animaletti intorno riusciva a parlare sotto voce, con tenerezza. Coniglietti, tartarughine, gattini, criceti, cagnolini e pesci rossi, tutto andava bene, purché ci fosse qualcuno in casa di più piccolo di lei, da accudire, coccolare o rimproverare.

Dietro casa, in quel giardino, c’era anche un piccolo cimitero. Il dettaglio fa molto La mia vita a Garden State, ma la tristezza di C. ad ogni microlutto superava di gran lunga in intensità le cinematografiche prove della Portman davanti al suo criceto. E un’altra differenza sta nel fatto che la sepoltura toccava a me. Sempre. Lei aveva bisogno soltanto di un’occhiata per cominciare a elaborare, una sola occhiata al corpicino senza vita di uno dei suoi giocattoli viventi e poteva andare, ancora una volta sconvolta e destabilizzata dalla coscienza della morte, senza nemmeno una colonna sonora. Un giorno mia madre disse – Mai più -. Cambiammo casa e C. credette di dimenticare ogni cosa.

Ieri il suo viso è tornato quello di dieci anni fa, con la sua tristezza minuscola e incompleta, mancante di furbizia, un viso disarmato davanti alle regole della vita e della morte, una tristezza così ingenua. Ho ripreso in mano il copione: una pala, quel piccolo fagotto e un pezzetto di campagna da percorrere per trovare il posto adatto. E lei non vorrà saperne nulla, non mi farà mai più domande riguardo questa storia.

Prendo coscienza di me tra i bagliori dell’alba gelida: viva/morta, apatica/emozionata, santa/stronza, presente/assente, gli opposti su cui di giorno mi interrogo, ora dolcemente sfumano fino a perdere densità nel significare, nessun marchio a fuoco da scontare al momento. Sono sveglia dalle ore quattro. Mi sfrego gli occhi e la situazione è questa: tv accesa ai piedi del letto enorme che mi contiene, appunti sul cuscino, pc in standby, e come prima di concedermi questo magro riposo, i post-it che sventolano alla faccia mia come piccole bandiere. Spiccano i toni fluo. Date, orari, scadenze, appuntamenti. Un grande ordine da rispettare per stare al passo, per starci dentro, per non perdere il ritmo, per rimanere nei ranghi, per evitare lo straripamento. Quante volte mi lascerei andare…penso, invece non è così. L’impegno nelle cose dà assuefazione, la dose minima necessaria per autostimarsi aumenta progressivamente. Ma non conta adesso, almeno adesso.

A quest’ora il cielo sembra non pesare affatto, le nuvole basse e instabili non mi danno alla testa e quattro mura mi proteggono da questa versione anomala del senso del dovere, che tra poco farà toc-toc alla porta di casa. Ho ancora tempo: rileggo testi di vecchie canzoni. Quanto mi piacevano i Massimo Volume…

Cinque strade

Quante notti ritornano accanto a me
Vorrei prendere un volo e andarmene via
E sai che vorrei
Quante volte ho pensato alle mie follie
Giochi di ombra su altari di luce viva
per giungere a casa
Primavere inchiodate
spazzate via
E questa voce su un disco che gira e gira
e non è neanche mia
Quanti giorni passati a fissare il cielo
Avrei potuto ammazzarti con una mano
avessi avuto un motivo
Questi rami che crescono senza un dio
E questa voce su di un disco che gira e gira
e non è neanche mia

MassimoVolume [da STANZE]

 

 

 

14 settembre, ore 19.00

Dal mio nuovo nido*, che si compone, tra l’altro, di una cucina anni ‘60 in tinta arancio che intimiderebbe Warhol, traccio le traiettorie quotidiane, ogni sera per il giorno dopo, e preparo ciò che agli occhi altrui appare come un incedere perfettamente consapevole, i percorsi della giornata stupendamente efficiente di un’Unità Base di Essere Umano Qualunque.

A volte, però, ho la fortuna di potermi ri-addentrare nel tetro Caos, chiedendo permesso timidamente, come quando manchi da molto dalla tua casa natale e sull’uscio un po’ indugi, ché mica lo sai bene se puoi entrare senza bussare. L’alienazione da catena di montaggio sostituito da un senso di sinistra familiarità, che si riacquista lentamente e diventa la morsa conosciutissima delle tue ansie, addestrata a concentrarsi sul primo dettaglio di carne o di ossa per una questione di pura sopravvivenza cerebrale.
Ad esempio può capitare che mi ritrovi a tastarmi le costole, esageratamente preoccupata della flessione insufficiente dello sterno: l’Unità Base in questione, mettiamo nella situazione tipo di rincorrere autobus, è costretta ad abbandonare la cyborg-illusione [ridatemi il mio Panzer Kunst!] e a fronteggiare, tutta muscoli in tensione, i suoi nove anni di catrame multinazionale, cosa che contribuisce a materializzare e sintetizzare, in un solo sussulto, le manifestazioni latenti ed occasionali del Senso di Inadeguatezza e/o delle considerazioni sul Tempo Bruciato in attività malsane e poco conciliabili con quelle attuali.
O può capitare quando la fisiologia tradita del rachide cattura a tradimento l’attenzione: zoom sull’irreversibilità del suo stato. L’Unità Base in questione, pur di mantenere l’inservibile primato di non aver mai, dico Mai!, messo piede in uno di quegli edifici in cui devi pagare qualcuno che ti faccia sudare e stancare e di aver snobbato qualsiasi preghiera di star dritta su quel banchetto/banco/scrivania, oggi convive con la sua cifosi e il suo accenno di scoliosi (e una sciatica occasionale della cui origine, somatica o no, ancora si dibatte), con tutto un disporsi a cazzo di vertebre di cui radiazioni biennali documentano i disastrosi progressi.

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15 settembre, ore 2.24 a.m.
Visto che il blog è mio, adesso vorrei parlare del ritorno di Santoro in tivvù e della discussione che ne è seguita da queste parti. Il suo programma mi sembra vecchio, le puntualizzazioni stantìe, Travaglio Secondo Me è un po’ bacchettone e i giornalisti sembrano poco preparati. Solo che poi il programma lo si deve per forza sfumare alla fine per fargli i dispetti?! e per costringere, così, il Santoro/Santone a perseverare nelle sue rivendicazioni disarticolate, che mancano di argomentazioni, sempre uguali da quattro anni a questa parte?!Stasera ci si occupava di immigrazione. In un servizio sulla periferia lombarda apparivano due ragazzi, poco più che ventenni, a detta loro ex-teste calde, oggi apprezzati dai vicini poiché fungono da servizio d’ordine, in assenza di forze addette, per gli immigrati molesti che popolano il loro quartiere da qualche anno. Ad un mio *sgrunt* è partita l’accusa di iper-tolleranza.
Con iper-tolleranza si intende una giustificazione pronta per ogni malefatta extracomunitaria. Non è così, più che altro io mio domando perché se un italiano, che per giunta ammette quanto malamente si abbini l’aureola con la sua testa rapata, chiede risposte per un problema che anche io giudico reale, concreto, urgente, tipo, ad esempio, pretendere di non dover beccare una coltellata al primo angolo di strada, questi debba godere di una priorità rispetto ad un immigrato. Io non inverto la priorità, semplicemente non sento il concetto. E mi spaventa che spuntino fuori così facilmente scale di onestà, categorizzazioni spicciole, “io non sono razzista, quelli che lavorano vanno bene”, cucite addosso all’intruso, ma che magari non valgono per se stessi o per la propria cricca. Chi si giustifica? chi giustifica, allora? Chi cacchio è Beatrice Borromeo?
*nessun blog è stato maltrattato per colpa di un trasloco in corso.

Nel bel mezzo di una serissima Operazione Nostalgia, compresa nel pacchetto Agosto di periferia, sono saltate fuori alcune foto (risoluzione sottoterra, pose instabili, etiliche) dell’estate 2005: il trullo dove ho vissuto per un mese, gli odori e i sapori, certe facce e certi luoghi. Location: Puglia e un po’ di Salento. Ne carico qualcuna sul mio Vox, che giace sconsolato in un angolo della rete ormai da più di un mese, credo. Fatemi sapere se da lì sentite anche voi l’odore del basilico.

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Mi mancano tutte le strade che non ho percorso. Sarebbe ora che seguissi la legge del mio benzinaio. Un grande saggio. Mi raccomanda sempre di ricordare che la vita ci ingravida e la strada ci adotta.

da un’intervista a V. Capossela

(Repubblica, 23 luglio 2006)

E’ notte fonda e lui è straniero, non coglie al volo il senso, la complicità del sorriso e dei commenti che rivolgo ai miei compagni. La fermata del notturno è illuminata a giorno, è un’isola di luce sul fiume di una mega-arteria della Capitale. Il ragazzo non se ne cura, rolla una canna, spudoratamente faccia a strada. Era questa strafottenza che mi premeva apprezzare, ma lui non coglie al volo il senso di quelle parole sussurrate e mi domanda:

- è una cosa buona o cattiva?! - e come se fossero segni infuocati, le parole diventano marchi nella memoria.

Condivido più cose con uno sconosciuto alla fermata dell’autobus che con la vicina di casa. Quante volte dopo certo mormorare alle spalle avrei voluto domandare “è una cosa buona o cattiva?”. Al volgere delle storie, quando rimane soltanto un sommesso borbottio malcelato, che non riesci mai a sentire, ma che ti segue nel tempo, vorresti domandare: “è una cosa buona o cattiva?”. E la vicina, quando le chiedo un po’ di sale o zucchero, uno spicchio d’aglio, quando mi guarda da capo a piedi, poca sforzo a dire il vero, come fossi aliena e fa partire i soliti commenti con la badante: ebbene io ogni volta muoio dalla voglia di domandarle “è una cosa buona o cattiva?”.

- Non è cattiva. - ma non deve essere la stupida risposta a convincerlo, quanto un’istintiva fiducia che parte dal momento in cui ci guardiamo negli occhi.

Mi passa la sua canna e precisa: - è col filtro marocchino -, gli domando da dove viene.

- Sono rumeno -

- E che cosa fai? hai trovato lavoro? -

- Faccio traslochi. -

L’ironia della sorte mi commuove, ma lui evidentemente, ci è abituato. Vado avanti:

- Quindi t’ammazzi! -

Mi sorride. Poi prova a capire da dove vengo. Appena realizza che sono del sud gli si illuminano gli occhi, allora gli domando come mai non si trasferisce:

- Non c’è lavoro lì - e anche io sono costretta ad ammettere che, no, non ce n’è di lavoro.

- Ma Napoli è più bella di Roma - dapprima penso che voglia rassicurarmi poi continua: - è perché sono più poveri a Napoli, allora la gente è più sincera e umile, qui sono tutti così sicuri… -.

Mi riconosco nella condizione di migrante più che in quella di cittadina. Mi riconosco nei modi di fare e di pensare, nei criteri con cui si sceglie se restare o ripartire. Non mi riconosco nei richiami alla civiltà, nello stare dritti e sistemati nei mezzi pubblici, nelle consuetudini da autobus, come chiedere “scende?!” a quelli che sostano nei pressi dell’uscita. Tutti i luoghi sono per me di passaggio, eppure non sono quasi mai turista. Io per strada, davanti a tutti, urlo, litigo, mangio, bevo, parlo e faccio tutte cose che nei luoghi chiusi ho quasi pudore a fare. Davanti a donne e uomini di ogni parte del globo ritrovo un’anomala socievolezza: mi rassicura far parte di un disagio multiculturale e condiviso. La mia voce diventa parte di un urlo collettivo e scompare l’ansia di competere con voci più acute, con gli egocentrismi. Mi ripetono spesso che non è cambiando città che si guarisce dai propri malesseri, beh, sarà impopolare, ma i malesseri io li diluisco per le strade e per le città, nelle stazioni e lungo i binari dei treni, è in giro che me ne libero. Quando la massa marcia va via (tutto ciò che ha a che fare con le aspettative della società, le ansie borghesi, il senso di inadeguatezza), quello che rimane può ragionevolmente aspirare ad essere condiviso, ma è sicuramente difficile isolarlo. Il più delle volte mi accontento di assistere a questa strana magia, quando i luoghi del vivere comune, le strade, diventano casa.
Il ragazzo rumeno ed io alla fine abbiamo preso lo stesso autobus notturno. Siamo scesi alla stessa fermata per raggiungere le nostre precarie dimore. Ci siamo salutati in silenzio, con uno sguardo complice ed un gesto eloquente. Probabilmente non ci rivedremo mai più, ma quella fermata dell’autobus per qualche minuto ha significato casa.