Mi mancano tutte le strade che non ho percorso. Sarebbe ora che seguissi la legge del mio benzinaio. Un grande saggio. Mi raccomanda sempre di ricordare che la vita ci ingravida e la strada ci adotta.
da un’intervista a V. Capossela
(Repubblica, 23 luglio 2006)
E’ notte fonda e lui è straniero, non coglie al volo il senso, la complicità del sorriso e dei commenti che rivolgo ai miei compagni. La fermata del notturno è illuminata a giorno, è un’isola di luce sul fiume di una mega-arteria della Capitale. Il ragazzo non se ne cura, rolla una canna, spudoratamente faccia a strada. Era questa strafottenza che mi premeva apprezzare, ma lui non coglie al volo il senso di quelle parole sussurrate e mi domanda:
- è una cosa buona o cattiva?! - e come se fossero segni infuocati, le parole diventano marchi nella memoria.
Condivido più cose con uno sconosciuto alla fermata dell’autobus che con la vicina di casa. Quante volte dopo certo mormorare alle spalle avrei voluto domandare “è una cosa buona o cattiva?”. Al volgere delle storie, quando rimane soltanto un sommesso borbottio malcelato, che non riesci mai a sentire, ma che ti segue nel tempo, vorresti domandare: “è una cosa buona o cattiva?”. E la vicina, quando le chiedo un po’ di sale o zucchero, uno spicchio d’aglio, quando mi guarda da capo a piedi, poca sforzo a dire il vero, come fossi aliena e fa partire i soliti commenti con la badante: ebbene io ogni volta muoio dalla voglia di domandarle “è una cosa buona o cattiva?”.
- Non è cattiva. - ma non deve essere la stupida risposta a convincerlo, quanto un’istintiva fiducia che parte dal momento in cui ci guardiamo negli occhi.
Mi passa la sua canna e precisa: - è col filtro marocchino -, gli domando da dove viene.
- Sono rumeno -
- E che cosa fai? hai trovato lavoro? -
- Faccio traslochi. -
L’ironia della sorte mi commuove, ma lui evidentemente, ci è abituato. Vado avanti:
- Quindi t’ammazzi! -
Mi sorride. Poi prova a capire da dove vengo. Appena realizza che sono del sud gli si illuminano gli occhi, allora gli domando come mai non si trasferisce:
- Non c’è lavoro lì - e anche io sono costretta ad ammettere che, no, non ce n’è di lavoro.
- Ma Napoli è più bella di Roma - dapprima penso che voglia rassicurarmi poi continua: - è perché sono più poveri a Napoli, allora la gente è più sincera e umile, qui sono tutti così sicuri… -.
Mi riconosco nella condizione di migrante più che in quella di cittadina. Mi riconosco nei modi di fare e di pensare, nei criteri con cui si sceglie se restare o ripartire. Non mi riconosco nei richiami alla civiltà, nello stare dritti e sistemati nei mezzi pubblici, nelle consuetudini da autobus, come chiedere “scende?!” a quelli che sostano nei pressi dell’uscita. Tutti i luoghi sono per me di passaggio, eppure non sono quasi mai turista. Io per strada, davanti a tutti, urlo, litigo, mangio, bevo, parlo e faccio tutte cose che nei luoghi chiusi ho quasi pudore a fare. Davanti a donne e uomini di ogni parte del globo ritrovo un’anomala socievolezza: mi rassicura far parte di un disagio multiculturale e condiviso. La mia voce diventa parte di un urlo collettivo e scompare l’ansia di competere con voci più acute, con gli egocentrismi. Mi ripetono spesso che non è cambiando città che si guarisce dai propri malesseri, beh, sarà impopolare, ma i malesseri io li diluisco per le strade e per le città, nelle stazioni e lungo i binari dei treni, è in giro che me ne libero. Quando la massa marcia va via (tutto ciò che ha a che fare con le aspettative della società, le ansie borghesi, il senso di inadeguatezza), quello che rimane può ragionevolmente aspirare ad essere condiviso, ma è sicuramente difficile isolarlo. Il più delle volte mi accontento di assistere a questa strana magia, quando i luoghi del vivere comune, le strade, diventano casa.
Il ragazzo rumeno ed io alla fine abbiamo preso lo stesso autobus notturno. Siamo scesi alla stessa fermata per raggiungere le nostre precarie dimore. Ci siamo salutati in silenzio, con uno sguardo complice ed un gesto eloquente. Probabilmente non ci rivedremo mai più, ma quella fermata dell’autobus per qualche minuto ha significato casa.