Archiviazioni mensili: Settembre 2007

il quartiere san giovanni dopo la pioggia, le foto che non faccio, mia madre al telefono sempre più stanca, white chalk di p.j. harvey, il suono familiare della tv di notte, un vago senso di distruzione, un vago senso di costruzione, l’ennesimo trasloco (tutti i libri lontani da me, il rumore che fa lo scotch, la polvere sulle cose, i poster da staccare piano, i ricordi in fondo ai cassetti, le creme per il corpo scadute, mai usate, i campioncini dell’erborista da provare anche se non c’è tempo, tutti i luoghi da salutare, il fantastico Rob Breszny di questa settimana [cancro, of course]), i casting nelle case di studenti, i “max serietà e i “solo ragazze referenziate”, il disprezzo (invidia?) per il fuorisede mantenuto, il fastidio di subire un casting, il non sapere ancora dove andare a vivere per il fastidio di subire un casting, gli affitti inaffrontabili e quelli arretrati, mangiare di notte con l’amica che ti ospita, l’alcool, l’ansia per il nuovo lavoro, sensazioni di inappartenenza, inadeguatezza, le persone di cui non riesco a non aver cura ma che a volte non_ce_la_faccio e mi danno, il magone alla fermata del tram, la rabbia di non riuscire a farmi/ti felice, a sedare un’inquietudine oscura, e poi continuano i petrol…

[ascolta>>track n. 6]

[...] devo all’abitudine lasciare le mie carte
ai giorni sempre uguali
non chiudere le porte
devo leggerti nel vuoto
che ci siamo aperti dentro
devo spegnere i tuoi occhi
che hanno pianto così tanto

[...] devo ridere e star bene,
tra la gente che non vede

devo rimanere in piedi,
devo amarmi più di ieri
devo fare mille cose senza più trovare scuse
devo darmi una ragione
devo vivere felice
devo accendere una luce
e poi riprendere il mio spazio
devo ancora un po’ capire
devo scegliere di meglio
devo stare ad ascoltare
devo correre lontano

devo sciogliere quei fili
devo mettermi al sicuro
devo aprire le mie mani
devo andare via domani [...]

Devo andare via domani | Petrol

30 settembre 2007, scade un tempo.

nerd_graffiti.jpg

Nella tua tenaglia tutto era in ordine: io attendevo il messaggio perfetto che non era
ma che poteva essere se tu tenevi ancora per l’aldilà. Ma
le tue grinfe da marinaio soldato in vacanza che troppo
serve o soffre o vince o perde non potevano soffrire la
rivincita da parte di chi non era nella tua linea di condotta.
Avveniva il meglio: il peggio era uguale.

Amelia Rosselli
da Variazioni

E non c’è altro da dire, non c’è altro che so dire. In queste notti nitidissime t’avrei vendute le mie viscere, lo immagini? avrei saputo vendermi per intera, o anche farmi a pezzi e giocherellare con quella cosa che chiamano identità. Non mi voglio bene, mi scuotono le offerte del mattino, posso cedere a chiunque mi sappia amare nell’alba, ed è un pensiero con cui non riesco a vivere o sei tu che non riesci a viverci o è il pensiero che non riesce a vivere. E intanto tutto questo, contro l’indecisione perenne, contro le giornate a impatto zero, vince sempre. La regolarità mi tocca e bolle su di me come acqua santa, non so spiegare le ustioni che mi fa. Non lo racconto che non ho orari, non lo racconto che mi nutro di colpa, non racconto gli svenimenti e i tribunali in testa, ma c’è qualcuno che lo scopre e quando succede è tutto uno sgranare gli occhi e sperare che torni in sé questo elefante che non impara ad invecchiare. Scherzavamo, stavamo scherzando, non vogliamo più sapere. Chi sono i fantasmi che mi passano davanti? mi sono ritrovata stanca in questo groviglio di wannabe, cosa posso fare? ci sono stati quelli che già erano Tutto dopo poco, o che erano Qualcosa di sicuro, quelli che ho sempre invidiato perché negli occhi gli leggevi direzioni. Io sono un esperimento quotidiano, posso essere ciò che gli altri vogliono, ma non so fare nulla, so fare Tutto per un po’. Sono un precipitato, un’alchimia malefica che mi fa tremare e che sa mutare con ogni elemento nuovo, sono la felicità a progetto. E i miei pensieri, miei figli disperati, vi so accogliere soltanto col fegato in frantumi, mentre vi stendete sul ventre ignorando i rantoli, ignorando l’atavico segreto, l’inespugnabile desiderio, quello di diventare figlia anch’io. Li ho ascoltati i rumori lontani dei binari e le sterzate delle automobili che mi hanno cercata, ho ascoltato, ma senza risultati, oggi stringo pugnetti di sabbia, pugnette d’amore da iniettarsi al primo mancamento. Mi sono cercata anche gli uragani perché non avevo mai visto così aridi deserti: che spavento! chilometri di vuoto, troppo vuoto troppo per mani che sanno sradicar radici di tronchi centenari.

Chi li conosce questi settembre? i settembre_punto_e_daccapo, i settembre col tasto reset, trenta giorni per decidere quando lasciarsi andare o se inventarsi ancora una volta. I giorni che sono ascessi, piaghe da curare, un po’ da un lato, un po’ dall’altro lato del letto, per non abituarsi alla conca. Mi sono mancate le abitudini, il comodino e i libri, le sigarette nel posacenere fumate a metà per la tosse, le carte sulle carte, ma non ho raccontato nulla, sono diventata muta e insopportabile come il giudizio degli astanti. E santoddio scapperei ancora in una di queste ore in cui il pensiero più serio è “voglio presentarmi ubriaca all’ultimo giorno dell’ultimo lavoro”.
Negli spasmi che stanno tra questa pagina latente e tutte le parole che non posso scrivere penso solo alle cose che non devono più essere:

- restare immobile mentre tutti intorno partono, tornano e ripartono, invece partire sempre
- niente più imballaggi, né decorazioni, ché la vita la voglio così com’è
- non avere soldi per le sigarette
- mai più pensarmi debole, solo perché ho un cuore da pirata

Vi salutano il mio occhio guercio, la mia peroni in lattina, le ultime due camel light, i fogli ricopiati di versi altrui e tutti i “non dovrei, non dovrei tornare qui a scrivere di me”. C’è tanto altro, ma non adesso. Adesso c’è il buio e la solitudine glaciale delle ore tre.