Archiviazioni mensili: Giugno 2007

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo
Come vuole la carne separarsi dall’anima
Così adesso io voglio essere scordata

(Anna Achmatova, “A Molti”, 1922)

Dopolavoro. A. ed io, esauste. Un piccolo cinema in apnea, in mezzo al frastuono circostante, in mezzo al frastuono di Campo de’ Fiori. Scelta iniziale Breakfast on Pluto, ma nessuno si era curato di segnalare sui motori online che era fuori programma da almeno due giorni. Allora un film a caso, giochiamo a scegliere quello più anonimo! Il ragazzo al botteghino ci fa un ridotto per via del disguido, ha una voce tenue, parliamo del libro di McCabe, ancora solo in wishlist. Le voci fanno eco. Ci sentiamo intimi, come gli ultimi esemplari di una razza in estinzione. Mancano cinque minuti. Qualche metro più in là della soglia del cinema, già inghiottite dalla turistaglia molesta, ci domandiamo come possa esistere quel cinema, di cosa sopravviva. Le chiacchiere si aggiungono al tempo della sigaretta. Rientriamo e imbocchiamo l’ingresso della sala. Succede adesso. Devo dissimulare l’amarezza del sorriso, e pure la commozione, quando un signore anziano ci rimprovera: “vi stavamo aspettando!”, io faccio finta di dispiacermi. Siamo le ultime arrivate di cinque spettatori. Non c’era pubblicità.

Come l’ombra - regia di Marina Spada

Un film girato con due lire. Un film anonimo, che parla di anonimato. E anche di solitudini, di urbanità disarmante, di umanità frustrata.

 

 

In questi giorni corteggio distrazioni. Di solito le tratto come uova marce, ma non ora, non posso. Sono giornate solitarie, le trascorro a scrivere e ad aspettare, e a fare lavori improbabili, of course, e questo è il terreno di coltura ideale per le mie solite ossessioni e per certi stati. Lo so bene, le ossessioni sono la mia grande trappola. E’ per colpa loro che mi struggo, mi umilio, compulsivamente infierisco contro di me. Agli eventuali spettatori invece offro il mio sterminato repertorio di scuse, anche se so che non dovrei farlo, che creo confusione, che peggioro le cose, eccetera eccetera, ma è un cane che si morde la coda, a sangue. Non so mai fermarmi.

Le distrazioni, dicevo. Innanzitutto ho ricominciato a cucinare: avevo perso la fantasia, ma leggendo lei, splendida compaesana, mi è ritornata la voglia di mettere mano a qualche buona ricetta che sappia di sole, di mare e di parole antiche. Vedremo.

L’ultima ramanzina che ho ricevuto puntava l’indice verso gli interessi sopiti, verso tutte le cose, le idee, i progetti a cui non penso più. Questo è male, orsù, ma che cosa ribattere? Mi manca il tempo, ed è una noia doverlo anche ripetere. Riesco ad uscire poco: tranne qualche appuntamento irrinunciabile, sono segregata in casa, con le imposte socchiuse per il caldo e tanta verdura e frutta di stagione. Ebbene sì, aderisco anch’io alla Mouth Revolution!

Il RomaPride è stato uno degli appuntamenti irrinunciabili, anche e soprattutto perché in molti l’hanno considerato rinunciabile e non sto parlando delle istituzioni, vigliacche per natura e per tradizione, desiderose di conforto e sicurezze che nessuno del milione di partecipanti alla manifestazione aveva voglia e interesse a dare (che noia, sennò!), ma si parla di alcune frange di movimento, stanche, dice, dopo lo sforzo di cacciare via Bush dalla Capitale. E se Bush decidesse di toglierselo sul serio lo sfizio del gelatino a Trastevere? metti per assurdo che voglia tornare indietro coi suoi bravi Air Force One e Air Force Two, chi è che rinuncerebbe a un po’ di riot? Davvero la lotta al maschilismo e all’omofobia deve passare attraverso il reggae per far colpo (da Il Manifesto)? Beh, tutto sommato non è andata male. Intanto foto da San Giovanni: il camion del Forte che titolava Be different, Be proud e su cui giganteggiavano degli splendidi lavori dall’atmosfera postatomica, come piacciono a me.

romapride

Per ultimo, in questo calderone sconclusionato di parole, sottomesso alla volontà di assecondare altri stati (li chiameremo “stati cuscinetto”) rispetto a quelli che temo possano inghiottirmi da un momento all’altro, ci voglio mettere un’immagine, trovata su postsecret.com. L’immagine riprende un po’ il senso di disgusto - e lo so che è solo invidia, ma lasciatemi sfogare qui, così non faccio danni IRL -, quel senso che mi prende quando assisto a scene in cui, a momento di crisi di una persona, segue mobilitazione straordinaria di apparato genitoriale-amicale. Cose mai viste da queste parti. Cose che mancano, anche se poi, a questo punto, a quest’età, sono ormai solo cose di cui faccio volentierissimo a meno.

hate

 

[E' tosta anche per me, ma mi sento già meglio]

 

dsc03160.jpg

…ecco le nostre armi!

[9 giugno - corteo No War No Bush]

Non ricordo neanche più a chi la regalai la mia copia de L’abbandono. Dovevo essere non molto lucida per farlo. Con quella copia si persero le sottolineature, le note a margine e tutti gli sfoghi di un tempo oscuro. Adesso è tornato da me, bentornato Pier! Questa carta immacolata non si può guardare, sottolineo:

C’è stato un periodo della mia vita - oddio di questi momenti ne hanno avuti tutti: momenti in cui senti di essere una persona che gira a vuoto, momenti in cui le sordità degli amici alle tue insistenze affettive divengono atrocità e torture, momenti in cui sai perfettamente di essere in balìa della tua storia e che, a parte te, nessuno riuscirà a drizzarla e a portarla sui binari giusti - c’è stato un periodo della mia vita, dicevo, in cui l’affanno per me stesso, il fatto di dovermi personalmente curare della mia risalita in superficie, mi appariva troppo grande, uno sforzo superiore alle mie possibilità. Quel momento di grandi difficoltà, durato all’incirca un anno, lentamente si dissolse; il maggiore aiuto che ebbi per riaffiorare alla superficie della vita fu costituito da un libro. Si tratta di Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes.

Io racconto tutto questo per dirvi che molto spesso non siamo affatto noi a scegliere le nostre letture, i nostri dischi o i nostri amori, ma sono gli accadimenti che vengono a noi in un particolare momento, e quello sarà l’attimo perfetto, facilissimo ed inevitabile: sentiremo un richiamo e non potremo far altro che obbedire.

da Fenomenologia dell’abbandono (1988) - L’Abbandono

Pier Vittorio Tondelli