Archiviazioni mensili: Marzo 2007

Prendo coscienza di me tra i bagliori dell’alba gelida: viva/morta, apatica/emozionata, santa/stronza, presente/assente, gli opposti su cui di giorno mi interrogo, ora dolcemente sfumano fino a perdere densità nel significare, nessun marchio a fuoco da scontare al momento. Sono sveglia dalle ore quattro. Mi sfrego gli occhi e la situazione è questa: tv accesa ai piedi del letto enorme che mi contiene, appunti sul cuscino, pc in standby, e come prima di concedermi questo magro riposo, i post-it che sventolano alla faccia mia come piccole bandiere. Spiccano i toni fluo. Date, orari, scadenze, appuntamenti. Un grande ordine da rispettare per stare al passo, per starci dentro, per non perdere il ritmo, per rimanere nei ranghi, per evitare lo straripamento. Quante volte mi lascerei andare…penso, invece non è così. L’impegno nelle cose dà assuefazione, la dose minima necessaria per autostimarsi aumenta progressivamente. Ma non conta adesso, almeno adesso.

A quest’ora il cielo sembra non pesare affatto, le nuvole basse e instabili non mi danno alla testa e quattro mura mi proteggono da questa versione anomala del senso del dovere, che tra poco farà toc-toc alla porta di casa. Ho ancora tempo: rileggo testi di vecchie canzoni. Quanto mi piacevano i Massimo Volume…

Cinque strade

Quante notti ritornano accanto a me
Vorrei prendere un volo e andarmene via
E sai che vorrei
Quante volte ho pensato alle mie follie
Giochi di ombra su altari di luce viva
per giungere a casa
Primavere inchiodate
spazzate via
E questa voce su un disco che gira e gira
e non è neanche mia
Quanti giorni passati a fissare il cielo
Avrei potuto ammazzarti con una mano
avessi avuto un motivo
Questi rami che crescono senza un dio
E questa voce su di un disco che gira e gira
e non è neanche mia

MassimoVolume [da STANZE]

 

 

 

Alda Merini scriveva: “non so più fare miracoli, proprio perché non so più soffrire”, ma scriveva di una pazza, della pazza della porta accanto e ancora sono molti quelli che non la prendono sul serio. Io leggevo con cura, ma potevo solo immaginare. Oggi i miracoli sono così rari davvero e se mi metto a contare le gioie, quelle dipendono dal tempo, cambiano di numero a seconda della voglia o della noia che c’è. Un giorno tantissime, un giorno poche, mi lasciano galleggiare su questi avvisi di primavera per poi farmi ricadere, senza armi, in canute e materne giornate di pioggia. E’ che io arrivo a fine giornata stordita come dopo un giro di giostra, la testa gira e la vista s’incrocia. Il mio peso sui polpacci tutto il giorno, e poi finisco per odiare le persone lente, quelle che rispondono ai riflessi male e non raccolgono al volo l’accendino, addirittura mi infastidiscono quelli che passeggiano piano, senza trottare come un cavallo pazzo come faccio io, e, ahimé, rinsavisco solo verso sera, di solito grazie a un buon film. Rendiamoci conto che tutto questo è terribile, io non sono così, dovrei essere aliena e sconnessa, o almeno contemplativa, riflessiva, continuo a ripeterlo all’esercito di neurosoldatini che il mio cervello sta addestrando, dove eravate nascosti soldatini, io sospettavo di voi, ma adesso, adesso, mi danno mentre mi schiaffeggio, mentre ricordo gli anni in cui cominciavo a leggere Alda Merini, seduta sui muretti frananti della periferia, sigaretta accesa e un pastello per sottolineare “lasciami lentamente delirare” o “l’unica radice che ho mi fa male” o “spazio spazio, io voglio, tanto spazio/per dolcissima muovermi ferita”, volevo solo delirare e vivere senza radici e avere tanto spazio per farci chissà che. Nell’argine segnato dal pastello poteva scorrere la mia passione. Non avevo futuro, ma le parole mi facevano fremere.

da Patrick (passato tanto tempo fa. Lo riprendo per giocarci un po’: troppo lavoro e niente svago…)

1. Arrossisco. Arrossisco molto troppo facilmente. In particolare mi imbarazza parlare davanti a più persone. La cosa mi fa molta rabbia. Sono costretta a gestire di continuo conflitti psico Vs fisio terribili. In occasioni di particolare odio sociale (conflitti in autobus stile Ventennio, forze dell’ordine particolarmente zelanti, etc.) è possibile assistere al manifestarsi di un eloquio disordinato e/o all’insorgere di balbuzie: il punto è che non riesco a stare a guardare senza dire o fare nulla. Si dice che, per casi umani come il mio, l’arma di fine mondo sia l’autoironia. A me, di solito, viene solo voglia di scomparire. O di spaccare tutto.

2. Non amo le case silenziose. Mi inquietano. Ho vissuto in una famiglia rumorosa, con due sorelle meravigliosamente casiniste e cane, gatti, piante e amici a tutte le ore. Le case in cui abito devono essere “vive”: ci devono essere una radio accesa, una tivvù di sottofondo, un pc con musica o persone che parlino nelle vicinanze, altrimenti mi angoscio o comunque è una condizione che non mi rilassa affatto.

3. Adoro guardare la tv e i film di notte. E ho una grandissima resistenza in occasione di maratone cinematografiche: delusa dalla scarsa resistenza dei compagni, oggi preferisco organizzare maratone in solitaria!

4. Mi infastidiscono le persone che monopolizzano i discorsi, che intavolano monologhi lunghissimi incuranti degli altri, che interrompono di continuo o che si innestano prepotentemente nei ragionamenti altrui. Sono comportamenti un po’ egoistici che non tengono conto dei tempi o delle modalità di partecipazione altrui.

5. Dormo con la luce accesa. 5.1 Ho ricevuto in regalo svariati punti luce.

Credo di essere l’ultima. Forse manca Botulinux, o’ Latitante!

376572691_3e936d33ce.jpg

Poco fa alla radio sentivo quella canzone che fa “la morte la conosco e se non mi ha battuto ancora è perché io, da una vita, vivo solo per un’ora d’ariaaaa….”, e, non so perché, mi è venuto da pensare ai miei venticinque anni, a quello che regalano e a quello che rubano ogni giorno. Regalano un po’ di forza e rubano un po’ di incanto, lo so, lo riconosco. E mi sono domandata se conviene, se è convenuto crescere così, chiusa nella gabbia stretta dell’emergenza, senza spalle coperte, senza nessuno a garantire per te, assediata da malamore e malavita, così difficile amarsi, così scontato finire a farsi del male. Ma i pensieri si son fermati a un punto, esattamente dove si concentra tutta la forza, perché ho concluso che non è questione di rassegnazione, piuttosto, io non voglio sentirmi vittima del caso. E’ la mia storia, ma non posso permettermi di cedere alle sue moine, la mia storia mi vorrebbe arresa, vorrebbe che la nostalgia di casa, di famiglia, di padre, di madre, si risvegliasse per tornare a riscuotere gli arretrati.

Allora ho pensato molto al tempo, al privilegio/condanna di averne. Anch’io ho “coltivato i miei dolcissimi progetti campati in aria”, ma campa campa, vola vola, qualcuno di questi progetti ha preso vita, e altri ne nascono sotto gli occhi. E’ tutto così diverso dai giorni trascorsi a letto: leggere, mangiare, dormire, basta, sempre in rigorosa posizione orizzontale*, non sapevo fare altrimenti e credevo di aver conquistato il controllo totale delle ore, avevo tutto il tempo perché non ne facevo nulla, era tempo sfuso, grezzo, tempo a chili, a palate, a secchiate, che chi mi vedeva così, pure se avevo le occhiaie fino alle ginocchia, me lo invidiava tutto il tempo che avevo, gli veniva da dire “ce l’avessi io tutto questo tempo” e io non lo auguravo mica a qualcuno di stare così. Era quando potevo cedere alle moine, sì, potevo cedere e non è successo nemmeno allora. Voglio dire, posso farcela ancora. E ancora, ancora, ancora.

Ah, la canzone era Aria di Daniele Silvestri. Lontanissimo 1999.

[edit: *Grazie ;)! è perché intanto pensavo...I am vertical, but I would rather be horizontal. ]