Archiviazioni mensili: Novembre 2006

Per tutto il mese di settembre sono andata lamentando male al cuore. Lo sentivo uscire dalle costole e tanto facevo e tanto mi dannavo da provocarmi formicolii al braccio sinistro. Un’amica di un’amica voleva infilarmi nelle inaccessibili liste d’attesa di un cardiologo (in quanti hanno male al cuore!). Dopo un po’ è passato tutto. Oggi, se quel male ritorna, la prima sostanza illegale mi aiuta a oltrepassare il problema. Ridurre i sussulti alla chimica è una gran bella scorciatoia quando ti annoia analizzarti, e poi stare a mendicare attenzioni è troppo faticoso e umiliante.
Per un tempo non identificato, in un passato male identificabile, ho avuto problemi alla gamba destra, camminare era uno strazio, e lì, di radiografia in radiografia, sono arrivata a realizzare che la percezione della mia immobilità, il desiderio represso del viaggio mi stava divorando. I rimedi, quelli più a portata di mano, erano semplici palliativi: ancora oggi quando torno a casa stanca e annullata nelle intenzioni da due lavori, mi autoinduco dolore agli arti.
Concludo, dopo questo breve e diseducativo quadro, che la mancanza di mezzi materiali rende ancor più arduo l’obiettivo di educarsi alla salute, di riconoscerla come un diritto, di provare a concedersi di tutelarla: prima delle evidenze da psicologia spicciola e del tentativo di approfondirle, io faccio sempre tappa su altre istanze. Devo pensare al lavoro. Devo pensare: “a cosa miro?”, alle ambizioni, perché sono ancora al punto che mi terrorizza averne. Per il resto già mi basta poter dire “ho oltrepassato il problema oggi, non ho risolto un cazzo, ma pace!”. E più le cose sbocciano, appassiscono, nascono o scompaiono, più sospetto che nulla sia destinato a risolversi in altro modo che sbocciando, appassendo, nascendo o scomparendo, è questo che mi pare di imparare dalle mattine in cui mi sveglio male, dai giorni in cui affiderei ai singhiozzi il compito di esprimere che dopotutto, o innanzitutto, mi sento sola come tutti, ma che due chiacchiere frivole con chiunque riescono a contenere le acque negli argini per un po’.

Dovrei investire più forze per affrontare il nervo delle cose, è vero, la mia sembra una resa, ma non posso dire di non sapermela cavare comunque. Persone che conosco solo adesso riconoscono in me una disciplina stramba nei sentimenti e negli umori, che anche se sono irrecuperabilmente forti, a quanto pare hanno una possibilità di rendersi intellegibili e gestibili, compatibili con quelli del mondo relazionale circostante. Io, prima, non lo immaginavo. In un tempo che sapeva di viscere, un tempo che era colorato nero, e alcune volte rosso, che colava di assoluti, tutto questo non poteva esistere. Oggi io non sono felice, e so gestire in maniera sempre parziale questa condizione, ma riesco ad ammetterlo con più semplicità.

Che culo, eh?!

Prima o poi è al lavoro che consegnerai la tua giovinezza, i tuoi sogni, le tue illusioni. Questo lo sai. Ti terrai qualcosa per te e inizierai a vivere ogni volta che smetterai di lavorare. Poi un giorno, succede che la tua giovinezza, i tuoi sogni, le tue illusioni, se li prende il padrone. Quello che succede dopo è che devi fare posto alla paura, scaricando qualche progetto, qualche sogno. Fai posto al tuo nuovo sguardo, nuovo e strano. Soprattutto fai posto a una crepa che non ci doveva essere. Da qualche parte, sul tuo corpo. Una ferita. Il regalino, di cui non ti potrai disfare, del corpo a corpo col nemico che non sapevi di avere. Succede, quando sul tuo cartellino è stampata ogni giorno l’ora di inizio e fine della tua guerra.

dall’introduzione de iQuindici a

Ferita di Guerra - Giulia Fazzi

[available in copyleft