da Biografia della fame - A. Nothomb
[...]Va inoltre precisato che la mia fame è da intendersi nel senso più ampio: se fosse stata solo fame di alimenti, forse non sarebbe stata così grave. Ma esiste una fame che è solo di cibo? Esiste una fame del ventre che non sia indizio di una fame più generalizzata? Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c’è niente, imploro che vi sia qualcosa.
A lungo ho sperato di scoprire in me un Vanuatu. A vent’anni, leggere attraverso la penna di Catullo quel verso di vana esortazione a se stesso “Cessa di volere”, mi lasciò intravedere che se un poeta come lui non ci era riuscito, neanch’io ce l’avrei mai fatta.
La fame è volere. È un desiderio più grande del desiderio. Non è la volontà, che è forza. Non è neanche una debolezza, perché la fame non conosce passività. L’affamato è qualcuno che cerca.
Se Catullo cede alla rassegnazione, è proprio perché non è rassegnato. C’è nella fame una dinamica che proibisce di accettare il proprio stato. È un volere che è intollerabile.
Mi direte che il volere di Catullo, che è la mancanza d’amore, l’ossessione dovuta all’assenza dell’amata, non c’entra niente. Eppure il mio linguaggio vi intuisce un registro identico. La fame, quella vera, che non è la frenesia di un capriccio, la fame che strappa il cuore e svuota l’anima della sua sostanza, è la scala che conduce all’amore. I grandi amanti sono stati educati alla scuola della fame.
Gli esseri che sono nati sazi – ce ne sono molti – non conosceranno mai questa angoscia incessante, questa attesa dinamica, questo stato febbrile, questa miseria che tiene svegli giorno e notte. L’uomo si costruisce a partire da quello che ha conosciuto nel corso dei primi mesi di vita: se non ha sperimentato la fame, sarà uno di quegli strani eletti, o di quegli strani dannati, che non edificheranno la loro esistenza sulla mancanza.[...]